Conservazione vs Innovazione

L’affaire Agsm, il ruolo di Verona e il nuovo discrimine tra le forze politiche*

di Alberto Battaggia

Abstract. L’affaire Agsm va analizzato riferendolo al ruolo di Verona rispetto ai processi di modernizzazione e alla cultura politica con cui gli attori reagiscono ad essi. La destra veronese rompe con gli imprenditori: non propone nulla, ma è capace di bloccare i progetti sostenuti dalle forze economiche più importanti. Deludente l’atteggiamento del Partito democratico. Si delineano, anche per i prossimi appuntamenti elettorali, due grandi schieramenti: le forze politiche della Conservazione e quelle della Innovazione. E’ tempo che inizi un confronto tra chi si riconosce nella cultura della Innovazione a tutti i livelli.

  • L’articolo è stato pubblicato il 28 giugno 2020 dalla rivista La città che sale, che ringraziamo per la concessione

L’affaire Agsm-Aim-A2A appare ai più il frutto guasto degli incomprensibili bizantinismi del ceto politico . Dice molto di più, invece, se lo si analizza sulla base di due questioni. La prima riguarda il ruolo dei sistemi urbani di piccola media dimensione, come Verona, rispetto agli imponenti processi di ristrutturazione e modernizzazione in corso nel sistema dei servizi, delle infrastrutture, della finanza. La seconda, l’atteggiamento culturale con cui reagiscono, rispetto a queste dinamiche, gli attori sociali e politici.

Una fusione di tutti contro tutti

Ricapitoliamo la vicenda. Dopo una serie sempre più improbabile di presidenti, un anno fa Agsm finisce in mano ad un manager vero, Daniele Finocchiaro, già dirigente in Glaxo, presidente dell’Università di Trento. Che ha tutti i numeri per sciogliere finalmente il nodo che assilla l’azienda da anni: le alleanze. Il sindaco, con l’appoggio di tutte le forze politiche della sua maggioranza consigliare, ne avalla il progetto di fusione: Agsm, assieme alla cuginetta Aim di Vicenza, si unirà ad A2A di Milano. Un colosso che renderebbe più forti i più deboli, salvandoli dall’agonia; ma che è molto più forte dei più deboli, esponendoli alla subalternità. I due fanno probabilmente un errore, vuoi per superbia; vuoi per prudenza: siccome credono di conoscere i loro polli, ossia il bizzarro contesto politico locale, blindano il “progetto industriale” con l’etichetta della “infungibilità” (ossia l’inconfrontabilità tecnica con altre soluzioni) e vanno sparati con preaccordi e rassicuranti relazioni degli advisor verso la firma. E’ un errore. Se sospettavano del reale consenso dei loro partiti, avrebbero dovuto costruirsene uno di riserva al di fuori, tra i cittadini, nei media, nell’opinione pubblica. Infatti, all’inizio di giugno, a giochi fatti, la Lega storce il naso: “Rifiutiamo intromissioni dei poteri forti” proclama Nicolò Zavarise, possibile prossimo candidato sindaco delle Lega; FdI si divide; Verona Domani si dissocia. Mentre il PD, nonostante l’invito del loro Federico Testa, presidente di Enea, molla l’osso e contribuisce all’affondamento dichiarando: “vorrei ma non posso”.

Daniele Finocchiaro
Federico Sboarina
Le reazioni di imprenditori e sindacati

Le reazioni del mondo imprenditoriale veronese sono furibonde: Michele Bauli per Confindustria “La politica faccia sistema e superi ogni divisione”, il suo vice Bruno Giordano: “Il progetto di Finocchiaro è buono e va capito; Giuseppe Riello per la Camera di commercio: “Ma quali poteri forti, siamo tornati alla prima repubblica”! Anche i sindacati, Cisl e Uil e in buona parte Cgil, condividono la delusione.
La “destra” di governo veronese, a costo di rimetterci il sindaco, se ne fa un baffo degli industriali. Su un progetto centrale come questo, gli imprenditori più importanti della città si vedono remare contro, a casa loro, la prima forza politica del Paese. Troppo povera per indicare orizzonti, essa ritrova centralità impedendo che altri facciano. Anche la destra d’opposizione condivide l’ostilità al progetto A2A per ragioni simili: “la fusione tra AGSM e A2A è di fatto una svendita ai milanesi”,  sostiene Flavio Tosi. Per gli uni e per gli altri si tratta di difendere, assieme alla “veronesità” dei consigli di amministrazione, un ceto politico locale altrimenti scavalcato dagli imperativi delle fusioni. E’ una reazione comprensibile. Ma è anche lungimirante e davvero sensibile alle convenienze dei cittadini?

Michele Bauli
Giuseppe Riello
Il partito della Conservazione

L’impressione è che le forze della destra, nel suo insieme, come un tempo, siano tornate a svolgere un ruolo di conservazione. Le ipotesi federaliste, anni fa, suggerivano un’esigenza di cambiamento modernizzatore: superare campanilismi e miserie centralistiche costruendo grandi regioni industriali europee. La Padania avrebbe avuto come capitale Milano, non tante piccole patrie provinciali in competizione tra loro. Ora, anche sul nostro territorio, la scomposizione sociale determinatasi dalla  crisi di questi anni ha ricombinato le carte, nei rapporti tra società e politica, configurando due fronti politico-sociali. Il primo partito è quello che vediamo in azione. Quello della Conservazione, della difesa di un sistema di interessi che interpretano la rappresentanza politica non come investimento progettuale, come sfida a ciò che viene, ma come argine al possibile decadimento economico; come difesa identitaria, protezione di una comunità che percepisce come minacce, di volta in volta, grandi banchieri, immigrati, 5g, aziende farmaceutiche, Finocchiaro, europeisti… Alcune componenti di essa si servono di residui ideologici inattuali – i saluti fascisti, le crociate integraliste antilaiciste, i drug-test nelle scuole, le vie intitolate ad Almirante – ma adeguati, secondo loro, a contenere segmenti di cittadini che in fondo chiedono molto poco: continuare a sopravvivere in qualche modo.

Il partito dell’Innovazione

Il secondo è quello dell’Innovazione, della modernizzazione in chiave europea, del governo strategico del territorio, sensibile alla qualità dei sistemi infrastrutturali, alle logiche internazionali di mercato, alle economie di scala, a sistemi formativi d’eccellenza, ai sistemi finanziari evoluti, alla qualità degli skill richiesti dal mercato del lavoro. Ha meno da offrire nell’immediato, ragiona sul medio periodo, promette risultati promettenti, ma solo all’orizzonte. Ne fanno parte i segmenti più evoluti dell’economia industriale, numerosi professionisti, quadri aziendali, l’università. A ben guardare, è il partito, in termini culturali, più autenticamente di “destra” nel senso liberale ed internazionale del termine. Quello che separa nettamente le istituzioni dal mercato, gli interessi privati da quelli collettivi, consapevole che i primi devono la loro esistenza al rispetto dei secondi.
Una destra a cui a volte sembra guardare anche il nuovo Tosi post-leghista, liberale, europeista, federalista…; ma che per ora – come si è visto sulla questione Agsm – si esprime più sul piano tutto sommato indolore delle dichiarazioni ideologiche, che nei fatti: non è poco, ma non è abbastanza.

Cercare l’Innovazione

E poi chi c’è? Fermenti, progetti embrionali, piccoli cantieri, vedremo. Specialmente, ci sono un sacco di elettori veronesi che non sanno che votare, perché vedono, davanti a sé, quello che vediamo noi. Poco e confuso. Costoro – lo abbiamo capito a suon di astensionismo di elezione in elezione- piuttosto che turarsi il naso, non votano proprio. Sarebbe interessante cercare di capirli proponendo loro non qualcosa di “nuovo” (l’aggettivo politico più nauseante, nella sua rituale banalità); ma di “innovativo”, appunto.
La cultura dell’innovazione non è una rappresentazione ideologica, una messinscena padronale: smettiamola con queste caricature. E’ la condizione necessaria dei processi produttivi, delle relazioni commerciali, della ricerca universitaria, della formazione, delle start up, di chi lavora: è la realtà di oggi. Perché questa energia culturale non dovrebbe trasferirsi anche nell’amministrazione cittadina? Il governo di una città dovrebbe respirare l’aria più ossigenata che viene dalle forze vive della società, non i miasmi della conservazione. Verona ha smesso di essere contadina da molto tempo. Sarebbe ora che tutti se ne accorgessero. A partire dai famosi “poteri forti”, ossia gli interessi sociali dotati di una qualche compattezza e in grado di rappresentarli con un minimo di razionalità: che cosa hanno da offrire e garantire loro, alla resa dei conti, le forze politiche “vecchie” anche quando si dichiarano “nuove”, ripiegate su se stesse, storicamente minate da personalismi privi di connotati politici effettivi? Che rinnegano la mattina quello che hanno spergiurato la sera? Che sono disposte ad affondare le creature da loro stesse create?

Verona, Centro storico
Innovazione digitale
Verona: una crisi di ruolo

Tre giorni fa, “La città che sale” ha promosso un interessante dibattito sui rapporti tra centri urbani e territori provinciali (Provincia come innovazione. Specificità territoriali e sviluppo). Lo scenario che è emerso vede, da una parte, le città e le elités urbane, forti di conoscenze, potere, tecnologie, connesse tra loro in una rete planetaria, “dentro” il mondo che conta; dall’altra, le province e le maggioranze territoriali, subalterne, sempre alla rincorsa delle prime, sacrificate alle forze implacabili della globalizzazione. E’ uno scenario di enorme complessità. Verona, come altre città venete, è l’esempio concreto della crisi di identità che ha investito molte città settentrionali di piccola-media dimensione rispetto alle città-guida, a partire dalla onnivora Milano. Quale futuro è destinato al nostro territorio? Accettare un ruolo ancillare, a livello finanziario, industriale, della gestione dei principali servizi sociali, rinunciando a velleitarie battaglie di difesa di una propria autonomia; o rivendicare orgogliosamente, a tutti i costi, una specificità territoriale non delegabile ad altri soggetti esterni? Quella per contrastare la fusione di Agsm con A2A, per tornare a quello che abbiamo davanti agli occhi, è una battaglia di retroguardia o un nobile appello alla irrinunciabile veronesità delle nostre strutture.
Le forze politiche che si contenderanno la guida della città nei prossimi mesi dovranno cercare di rispondere anche a queste domande. Quelle che guardano al futuro con uno sguardo lungo, che riconoscono in una cultura dell’innovazione la principale risorsa da impiegare per fare crescere la città, dovrebbero iniziare a parlarsi.

*L’editoriale è stato pubblicato su “La città che sale” il 28 giugno del 2020. Si ringrazia “La città che sale” per la gentile concessione.

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